
Questa missiva vi è scritta da una ridente casetta ubicata vicino alla ferrovia da una località segreta (Domodossola) dove mi sono rifugiato per trascorrere le vacanze (pagane) natalizie. Proprio ieri mattina, mentre incitavo i miei servi a scaricare la merce dalla mia modesta Rolls Royce station wagon, ho trovato in un forno crematorio piazzato nella cantina della soffitta un quadernetto lasciato all’incuria del tempo. Narra delle vicende della famiglia che possedeva prima questa graziosa villetta: sembra che il padrone, ebreo, così vuole la leggenda, abbia sterminato i suoi cari e poi li abbia cremati nel suddetto forno (a microonde) per morire bruciato vivo per autocombustione interna causata dal contatto dello scroto con la creta. Questa vicenda è nota a tutti come quella de "Il Mostro di Domodossola". E’ un documento scritto da uno dei suoi figli, una sorta di autobiografia postuma, eseguita prima della tragedia; ed è pure corredata da immagini dei suoi familiari. E' proprio questo alone mortifero, che tanto mi piace, che mi ha spinto a propinarvela. Ve la leggo:

"Mi chiamo Gregorio di Nazianzo. Sono nato da una famiglia di ebrei che si era rifugiata qui dopo la fuga in Egitto grazie ad un amico fraterno, Giovanni Garibaldi, che ci aveva tratti in salvo durante l’Unità d’Italia del 1789. Mio padre, Geremia degli Uberti, faceva l’usuraio (era ebreo, ovvio) a tempo indeterminato, mentre mia madre Paracelsa lavorava in un call center per soli uomini (siccome somigliava ad uomo) aperto da un losco imprenditore immobiliare di Zagarolo. I miei si erano conosciuti durante un concorso di bellezza pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale tenutosi nel 476 D C a Costantinopoli. Papà aveva vinto il titolo di “Mr Palestrato Bizantino” mentre mia madre non era riuscita a iscriversi in tempo. Ma galeotto fu un colloquio orale: mio padre si recò da mia madre che nel frattempo era diventata segretaria del patron Mirignani, per ritirare la targa, ma per farlo doveva superare una prova, quella appunto del colloquio orale concordato. E così fatto all’amore lì sul posto, ne era uscito il sottoscritto, generato non creato da mia madre e mio padre. Nemmeno due anni più tardi e già erano nati altri fratellini più uno postumo, nel senso che morì prima di vivere in quanto si era scoperto dall’ecografia fatta da mago Merlino che era omosex (anche Merlino). Nel frattempo mia madre Paracelsa era diventata una femminista ante litteram, visto che già nell’anno mille si batteva per i diritti dei pacs, in genere preti e suore e aveva proposto una legge in cui l’aborto era obbligatorio. Ma proprio mentre la legge stava per essere approvata grazie al benestare di papa Silvio II, il pontefice perì in un misterioso incidente aereo. E così salì al soglio pontificio la temibile papessa Giovanna che scomunicò mia madre e la condannò ai lavori forzati in Manciuria. Rimasi solo con i miei 7 fratelli gemelli diversi più 3 mulatti siamesi che mio padre aveva avuto da una sua precedente relazione con una donna di colore chiamata Gorgia. Ma la tragedia era in agguato: la mattina del Natale del 1111, non lo dimenticherò mai (anche perché non è difficile dimenticare la numerazione di quell’anno) 5 fratelli miei perirono a 26 anni mentre andavano a scuola con il pulmino. In quel momento passava, casualmente, un treno carico di bombe atomiche che si schiantò contro un passaggio al livello dove si trovavano loro fermi per prendere il figlio del custode del passaggio; il treno era deragliato a causa di un monolite che si era disteso sui binari per tentare il suicidio, in quanto appena radiato dall’albo delle divinità. L’esplosione fu visibile persino in Nuova Zelanda.

Rimase solo mio fratello Danilo Scroto che si dovette sposare con l’unica mia sorella sopravvissuta, Marcaurelia: la specie doveva pur continuare, visto che i nostri genitori erano scappati di casa per potersi risposare in incognito a Las Vegas. Il mestiere di mio fratello era quello dello scippatore nel ghetto di Roma. La mattina faceva finta di fare colazione nel bar del Teatro dell’Opera, vedeva gli spettacoli per cultura personale, poi prendeva il tram 8 all’altezza del ghetto, tirava fuori una pistola calibro 9 nascosta sotto il cappellino del figlio di 45 mesi avuta da mia sorella, Boezia, che si portava appresso e intimava il tranviere di deviare il tram verso la sinagoga sul lungotevere. Entrato nella chiesa musulmana costringeva i carabinieri ebrei che facevano da guardia a consegnargli i famigerati candelabri; quindi procedeva alla selezione di una bella donna ebrea di colore nel cortiletto prospiciente la piazza della facciata rotonda a forma di T in modo che le facesse da palo. La sua strada preferita per fare i colpi era via de’ Cestari dove preti e suore erano soliti fare shopping nei negozi attigui che vendevano tiare, tabernacoli e oracoli. Era un raffinato ladro di arte sacra, mio fratello Scroto e per questo casa nostra era piena di banchi di legno che usavamo per dormire, di croci madonne e ostie. Non mi trovavo tanto bene con lui: a volte mi faceva proposte un po’ strane, tipo, avevo solo 8 anni, fare da esca per un lurido ebreo 50enne obeso orefice in modo da poterlo derubare. Mio fratello morì durante la peste del 1348.

Mia sorella Marcaurelia, invece, era di 2 mesi più piccola dello Scroto; era soprannominata anche Edith Stein in quanto dopo un tirocinio in un campo di concentramento per soli vietcong omosex che all’epoca della guerra del Vietnam era sito sulla guglia del Chrysler Building a New York, si era convertita al cattolicesimo passando però prima per il buddismo, visto che viaggiando per l’India a piedi verso il Vietnam si era imbattuta e invaghita in Hermann Hesse che si era spacciato per Siddharta per convincerla a venire a letto con lui per sperimentare gli esercizi yoga. Ma, toccato oralmente il nirvana del Siddharta-Hesse, mia sorella aveva deciso di continuare per la sua strada. Poi un giorno si era imbattuta al confine tra Corea del sud e Nicaragua con un uomo chiamato cavallo, ingaggiato da tale Pol Pot che gli aveva indicato una strada sbagliata, cosi alla fine dopo sei mesi di viaggio si era trovata casualmente al confine tra Cambogia e Vietnam dove aveva conosciuto un tale colonnello Kurtz che stava girando un film in cui interpretava la parte di un noto attore italo-americano, Carlo Branda. Il regista del film, tale Dionigi Tettamanzi, era rimasto colpito da questa snella suora crocerossina di origini romane ebraiche convertita al socialismo utopista e l’aveva immediatamente ingaggiata per la parte di una monaca che dopo aver fatto all’amore col Branda veniva arsa viva col napalm dai commilitoni del Nostro, per festeggiare l’ingresso del Vietnam come stato degli USA. La salma di mia sorella, racchiusa in urna, che era sua volta contenuta dentro un pacchetto di Marlboro, venne poi consegnata al sottoscritto all’aeroporto di Ciampino, ma purtroppo mi cadeva a terra proprio mentre passava un Airbus 380 che stava rullando li vicino, risucchiando così le ceneri della poveretta. Qunado tornai a casa dissi ai miei che il corpo di mia sorella non era mai stato trovato e che forse un giorno ci avrebbero rimandato indietro almeno quello che rimaneva dei suoi resti, ossia il femore in titanio che si era trapiantata per una caduta da un elicottero Apache, poco prima di essere bruciata viva sul set del film nella giungla.

Avevo anche uno zio, Michele detto il Paleologo, così chiamato in quanto da piccolo aveva trovato per caso in una grotta ricavata sotto le mura Vaticane l’anello mancante tra l’australopiteco e Pecoraro Scanio. Faceva parte della nostra famiglia allargata, in quanto aveva avuto una storia con mia sorella Marcaurelia, prima di unirsi in matrimonio con mia madre dopo che era morto mio padre. Michele faceva lo sfasciacarrozze sulla Palmiro Togliatti all’altezza della Casilina anche se in realtà li la notte a mezzogiorno si riuniva con il gota della criminalità organizzata. Infatti, spesso la CIA, l’FBI, la mafia cinese, la camorra, la massoneria, l’Opus Dei e il Vaticano (più il sottoscritto, che costituiva una cellula terroristica autonoma) si incontravano per decidere le sorti del mondo, tipo come sbarazzarsi di un papa o di un presidente americano. Io pensavo che fosse per la bellezza del paesaggio postmoderno che si respirava che c’era tutta quella gente che attraccava allo scasso con le loro petroliere e i loro jet privati. Era stato praticato anche un canale di scolo che confluiva verso un laghetto ricavato dietro gli uffici criminali dello scasso, per permettere alle navi di arrivare sul posto. Gli aerei erano degli Harrier inglesi, che potevano atterrare verticalmente, con la fusoliera allungata per portare fino a 39 passeggeri contemporaneamente più il pilota: ci erano stati concessi gratutitamente dalla regina Elisabetta, a patto che ci impegnassimo ad abbattere i Savoia perché vergogna di tutte le monarchie. Mio zio la sera saliva nella torre di controllo ubicata al centro del laghetto raggiungibile tramite un teletrasportatore per dirigere il traffico aereo locale. Ricordo che una volta il ragazzo del mio ragazzo mi disse che mentre taccheggiava per la Togliatti aveva visto delle strani luci. Ma io l’avevo tranquillizzato dicendogli che erano solo degli Ufo che ci erano venuti a trovare e che io ero tipo Francois Truffaut in “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, un mediatore. Ma lui mi rispondeva che del film di Spielberg non ci aveva capito una mazza perché l’aveva visto in greco con sottotitoli in latino (potenza del Dvd). E per questo litigavamo sempre. Intanto gli avvistamenti di elicotteri e aerei che decollavano e navi che attraccavano diventavano sempre più numerosi, con un aumento esponenziale da quando la nostra associazione di volontariato criminale si era fusa con Al Quaida, che ne aveva rilevato la quota societaria. Così per sfuggire ai sospetti lasciammo la Togliatti e ci stabilimmo sul Palatino, in centro: era più facile da raggiungere soprattutto per quelli che lavoravano nei ministeri, nelle chiese e nelle organizzazioni segrete e dove poi venire da mio zio. Prima di lasciare però l’amata Casilina cospargemmo tutta l’area intorno con delle massicce dosi di polonio, in modo che si fosse avvicinato sarebbe morto di cancro al fallo immediatamente. E per festeggiare la dipartita dal fallo, organizzammo un bel convegno dal titolo “La cooperazione tra Stato, Chiesa, Mafia e Al Qaida." Quindi ingaggiavai un nostro pilota bombarolo che era riuscito ad infiltrarsi in un B747 della Crash Air della tratta Zagarolo-Grottamare a schiantarsi contro la nostra ex residenza. Ma qui successe l’ennesima tragedia: l’aereo si schiantò sì sull’obiettivo, ma proprio mentre mio zio Michele il Paleologo era ritornato negli uffici per prendere lo champagne per inaugurare la nuova sede. E cosi era morto, anzi dissolto in una nuvola di detriti, di macerie, di polonio, carrelli e reattori. Decidemmo allora di intitolare a lui un nuovo colle che costruimmo artificialmente sul Palatino trasportando un’autoclave per fondere tutte quelle inutili colonne, capitelli e resti romani. Colammo il tutto dalla parte che affacciava sul Circo Massimo, non curanti di una compagnia di turisti mormoni che passavano di lì e mettemmo una targa sul posto: “Colle Paleologo.”
Qui si interrompe questo commovente documento, credo per soppressione del povero autore. Pare che il padre, incazzato nero per aver investito malamente in borsa i titoli della società MAFIA, sia tornato a casa e in preda alla disperazione abbia sterminato la famiglia, cremando tutti, per poi morire per colpa dello scroto.